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Chi ha paura della paura

Che succede quando l'esperienza è ben arrotolata in una pellicola di paura? David Altheide, professore della Arizona State University, studia da alcuni anni il fenomeno della presenza pervasiva del tema della paura nei mass media. I principali quotidiani e i notiziari televisivi americani sono stati oggetto di una approfondita ricerca, con l'obiettivo di verificare se e quanto la "paura" fosse associata al racconto dei fatti del giorno. I dati che ha raccolto sono stupefacenti. Dagli anni '90 ad oggi, la "paura" si è propagata in modo esponenziale nei testi dei quotidiani e nei discorsi degli anchorman in Tv. Ancora più interessanti del puro dato numerico, sono i compagni di strada della paura, ovvero i temi che se la portano addosso come cartellino distintivo. Dal crimine di strada al terrorismo internazionale, tutto pare lecitamente etichettabile con il marchio della paura. Non c'é angolo della vita pubblica e privata che venga risparmiato dal tremore e dall'ansia. Il pericolo è percepito come minaccia sempre incombente, da cui bisogna proteggersi anche a costo di rinunciare a qualche libertà.

La paura è uno strumento di controllo sociale estremamente efficace. Chi teme per la propria incolumità ad ogni passo, si affida con facilità a chi dice di avere i "nervi saldi". Se poi la responsabilità di difenderci "dal male" cade nelle mani di chi detiene il potere politico, allora possiamo finire in guai seri. Quello che è successo dopo l'11 settembre, racconta Altheide, è un progressivo allargamento dei poteri di controllo dello Stato che, con la buona motivazione di proteggere i cittadini, ha attinto a piene mani dal cesto della paura per giustificare tutte le proprie azioni. Sulla stampa e nei discorsi politici, ad esempio, il terrorismo è stato collegato al crimine in genere e alla droga. Questa confusione concettuale produce l'idea che tutto può stare nello stessa pentola della paura, non importa quali siano le vere cause dei singoli fenomeni sociali. Vale l'uguaglianza terrorista=criminale=pazzo. In uno scenario come questo, dove un terrorista può attaccare chiunque e dovunque, tutti siamo potenziali "vittime" della follia.

Altheide indaga anche questa moltiplicazione esponenziale delle "vittime", che sono convinte di esserlo anche quando sono perfettamente al sicuro nella propria casa. Non per nulla le case degli americani ospitano volentieri armi da fuoco. La categoria sociale delle "vittime", oggi è al centro dell'attenzione collettiva. E' per questo che, ultimamente, chi vuole catturare la luce dei riflettori, si ritaglia un buon copione in puro stile "calimero". Identificare un modello di vittima, del resto, è fin troppo semplice quando la paura è continuamente rappresentata nelle news, nella fiction e nei reality show. La vittima è debole e passiva. Tende ad accettare protezione in modo acritico, fino a giustificare la violenza come forma di difesa.

Per saperne di più, potete leggere (in inglese):

http://www.jc2m.co.uk/Issue1/Altheide.pdf

Creating Fear: News and the Construction of Crisis. Hawthorne, NY: Aldine de Gruyter. 2002.

David Altheide descrive con queste parole i rischi a cui va incontro la politica della paura :

"The politics of fear is buffered by news and popular culture, stressing fear and threat as features of entertainment that, increasingly, are shaping public and private life as mass- mediated experience and has become a standard frame of reference for audiences, claims-makers, and individual actors. Similar to propaganda, messages about fear are repetitious, stereotypical of outside “threats” and especially suspect and “evil others.” These messages also resonate moral panics, with the implication that action must be taken to not only defeat a specific enemy, but to also save civilization. Since so much is at stake, it follows that drastic measures must be taken, that compromises with individual liberty and even perspectives about “rights”, the limits of law, and ethics must be “qualified” and held in abeyance in view of the threat."

"La politica della paura è sostenuta dalle notizie e dalla cultura popolare, facendo emergere la paura e la minaccia come tratti tipici dell'intrattenimento che, sempre più, prendono piede nella vita privata come esperienza mass-mediatica, ed è questa una cornice di riferimento divenuta abituale per il pubblico e per gli individui. Simili alla propaganda, i messaggi sulla paura sono ripetitivi, come stereotipi di minacce esterne e soprattutto si riferiscono al sospetto e agli altri come "cattivi". Questi messaggi risuonano di panico morale, con la conseguenza che si deve far qualcosa non solo per sconfiggere un nemico specifico, ma anche per salvare la civiltà. Dato che tutto è a rischio, ne consegue che si devono prendere misure drastiche, che compromettono la libertà individuale e perfino le convinzioni sui "diritti", i limiti di legge e l'etica devono essere "giustificati" e tenuti in sospeso a causa della minaccia."

di Linda Scotti

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